
Come questo tempo che in antico portava più evidente il segno del morire a sé stessi, occasione di severe mortificazioni e astinenze, può essere un tempo di ascesi personale e comunitaria? Non certo un tempo triste, ma un tempo di riscoperta, di rinnovato desiderio del Signore, di sequela di Lui. Un tempo di vita frugale per sentire viva la responsabilità per i molti fratelli e sorelle messi alla prova dalle impietose contraddizioni della storia…
La radicalità della fede. Ecco il punto, la questione seria. A noi occidentali che abbiamo trasformato la fede in un problema, un irrisolto grattacapo della mente, torna difficile trovare che la fede non sia un’ipotesi ma una traiettoria di vita. Quante volte la fede sembra un “armarsi” che non decide mai di partire, quel preoccuparsi dell’esistenza di Dio a scapito della sua vitalità. Invece, è proprio la vitalità di Dio, e non altro, la vera preoccupazione – direi l’insonnia – del credente.
Le Beatitudini segnano il passo di questa radicalità della fede che scende fino al limite, argine e riscatto di ciò che sembra ai nostri poveri occhi solo sfavorevole destino, doloroso vivere, disperante impegno. Poveri di ogni schiatta, afflitti di ogni dove, miti che agli occhi di molti appaiono temerari e indifesi, perseguitati di ogni tempo della storia; ma anche uomini e donne che per grazia di Dio sono ancora capaci di provare fame e sete per la giustizia, di lavorare instancabilmente a motivo della pace, di non arrendersi alla oltraggiosa evidenza del male… ecco il cammino della radicalità della fede che semina anche sui terreni brulli, calpestati da mille propagande o infestati da pericolose e soffocanti spine.
Radicalità eroica del bene che la fede custodisce, perché la sa sempre attingere dal Signore, non certo dai programmi o dagli aggiustamenti dei regimi o degli apparati del momento. La radicalità della fede ci strappa da ogni tentazione di cecità, indifferenza, noncuranza. Essa insieme vede lontano e ama la prossimità!
Mi piace poi sottolineare che la fede sia radicalità e non quantità. Come essa lavora è più significativo di quanta ce ne stia in noi. La poca fede non riguarda una deludente quantità, semmai è davvero poca la fede che si arrende, che si tira indietro, che non smette di fare calcolo di sé e dei propri beni a cui non sa rinunciare, come accaduto al giovane ricco. La donna cananea fa scuola e ci anticipa proprio su questo: ci possono bastare briciole di fede; come le briciole di pane di Pollicino, esse segnano la strada del Vangelo. Vale per tutto, persino per i talenti, perché non può più accadere che chi ha ricevuto una sola moneta se ne spaventi al punto da andare precipitosamente a sotterrarla.
Vivere la Quaresima è allora la felice scoperta di una fede che resta coraggiosamente lieta, operosa e vitale, una fede che pur col fiatone non smette di correre verso Dio, di cercarne le tracce.
Radicale perché radicata, non stupidamente unilaterale, ricca di accenti e perciò capace di gesti di dedizione e tenerezza. Questa è la fede che impegna il nostro tempo di Quaresima e sa condurci fino a quella Pasqua dove il Signore e Maestro sa attirare finalmente tutti a sé.
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