sotto le tue mura, o mia città si radunano i popoli

Se il Natale lotta da sempre contro ogni nostra forma, antica e nuova, di estraneità ed emarginazione, il Bambino che non trova ancora posto nella città e nell’albergo ci obbliga a radunare in noi pensieri diversi e più inclusivi.
La Natività, realizzata dal pittore fiorentino Domenico Ghirlandaio (1485), ha una evidente particolarità: mette in scena, accanto al mistero della Nascita di Gesù, un’immensa processione di genti. Vengono i popoli da luoghi diversi e lontani, ma soprattutto giocano in anticipo, giungono prima del tempo, prima di ogni nostra assennata previsione.
Nel Natale del Ghirlandaio c’è già l’Epifania, quel giungere di genti lontane che noi vorremmo a piccole dosi, in quantità ragionevoli, insomma, sostenibili come il numero dei Magi: 3, 4 per volta, ma non di più!
Dove metteremo, nel quadro, ma soprattutto nella vita, questa tracimante moltitudine? Moltitudine che Ghirlandaio per qualche misteriosa (e geniale) ragione fa elegante e maestosa, e non alla maniera del Caravaggio, sporca, derelitta e bisognosa. Già, perché vedere l’altro solo come un bisognoso ci fa correre il rischio di non riconoscergli dignità, di vedere più facilmente il problema “che ha” più che accorgerci di “chi sia davvero”.
Tutto poi avviene fuori della città. Il Natale propone sempre uno sguardo critico sulla città. Anche senza polemiche e contestazioni, conservando la stessa eleganza del quadro, il Natale dice la difficoltà e la fatica della città ad accogliere presenze nuove. E anche quando il Natale non sconfessa la città, esso non rinuncia a dare voce e a portare il peso delle sue esclusioni. Il Bambino-respinto diventa allora il Bambino-accogliente; il Bambino-nudo, il Bambino che ci vede tutti vestiti di inimmaginabile eleganza e bellezza.
La trasformazione dell’Eucarestia è già anticipata nel mistero di questa nascita e divina incarnazione.
Chi ha tutto facilmente non vede chi non ha niente, chi difende solo quello che ha è disposto a concedere poco o niente all’altro.
La famiglia è un luogo prezioso, un vero e proprio avamposto del Natale. Una città fatta di famiglie e, soprattutto, una città vista con lo sguardo di una famiglia è una città diversa, accogliente e mai anonima, sensibile e non indifferente.
La famiglia di Gesù deve allora potersi prolungare nel vissuto delle nostre famiglie. Il presepe che anche quest’anno allestiremo nelle nostre case deve nuovamente plasmarci in una identità fatta di Natale.
La famiglia è una vera scuola di condivisione e non una semplice composizione di interessi. Essa include più che allargarsi, comprende più che giudicare, usa misericordia oltre a cercare dignitose sistemazioni.
Il Natale di Gesù continua ad accadere fuori della città, e questo è anzitutto un gesto di amore! Dio non prende possesso, non dà la scalata alle nostre cose, non le cinge d’assedio.
Incontrarsi è anche tutto questo, e abbiamo bisogno di impararlo proprio da Dio. Dio non fa guerra a nessuno: nasce disarmato e alla porta della città.
Credere è dire con tutte le nostre forze questa disarmante, sconvolgente ma meravigliosa e tenerissima verità di Dio. Questo ci unisce invece di contrapporci pericolosamente.